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Assolto dopo cinque anni, chiede il risarcimento per ingiusta detenzione

· Nera e giudiziaria

È la vicenda che riguarda l’ex sindaco di San Cipirello, Vincenzo Geluso

PALERMO, 4 marzo – Dopo oltre cinque anni tra indagini preliminari e dibattimento, si chiude con un’assoluzione piena la vicenda giudiziaria che ha coinvolto Vincenzo Geluso (nella foto), già sindaco di San Cipirello. Ora la difesa chiede che lo Stato risarcisca l’ex amministratore per l’ingiusta detenzione subita.

 L’istanza è stata depositata presso la Corte di Appello di Palermo dall’avvocato Giada Caputo, che punta al riconoscimento formale dell’ingiusta detenzione e al conseguente ristoro economico e morale.

I fatti risalgono al 26 febbraio 2020, quando Geluso, allora primo cittadino del Comune di San Cipirello, venne posto agli arresti domiciliari su ordinanza del giudice per le indagini preliminari con l’accusa di falso in atto pubblico. Secondo l’impostazione accusatoria, avrebbe alterato documenti per consentire al Comune di ottenere un finanziamento regionale destinato alla riqualificazione di un bene confiscato alla mafia, da trasformare in parcheggio e area verde.

Successivamente, il Tribunale del Riesame di Palermo accolse il ricorso della difesa, revocando gli arresti domiciliari e applicando la misura dell’obbligo di dimora nel comune di residenza. Parallelamente, gli uffici regionali disposero la sospensione dal lavoro di Geluso, con conseguente decurtazione dello stipendio.
Nel corso del processo, la difesa ha sostenuto l’inesistenza del reato contestato, evidenziando come la trasmissione degli atti fosse avvenuta tramite un sistema in grado di certificare l’elenco dettagliato dei documenti tecnici e amministrativi inviati, con data certa di formazione e spedizione. Una ricostruzione che, secondo quanto riferito, sarebbe stata confermata anche dalle testimonianze raccolte in aula.

La vicenda si è conclusa con l’assoluzione pronunciata dalla Terza Sezione Penale del Tribunale di Palermo, in composizione collegiale, con la formula «perché il fatto non sussiste».
«Lo Stato dovrà risarcire un onesto amministratore che ha scontato ingiustamente oltre venti giorni di arresti domiciliari e un lungo periodo di obbligo di dimora, oltre alla misura interdittiva dall’attività di dipendente regionale», ha dichiarato l’avvocato Caputo. «Il risarcimento – ha aggiunto – non è solo una questione economica, ma riguarda soprattutto i danni morali e personali che il mio assistito e la sua famiglia hanno subito per oltre cinque anni».
Ora la parola passa alla Corte d’Appello, chiamata a valutare la richiesta di indennizzo per una vicenda che ha segnato profondamente la vita dell’ex amministratore. 

· Enzo Ganci · Editoriali

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