Sai cos'è la nostra vita? La tua e la mia? Un sogno fatto in Sicilia. Forse stiamo ancora lì e stiamo sognando”. In molti riconosceranno questa citazione dal celebre romanzo di Sciascia, Candido.
Se proviamo a lasciare andare per un attimo i nostri pensieri, chiudendo gli occhi e facendo silenzio, probabilmente, fino a pochi giorni fa, la nostra mente ci avrebbe proiettato sulle scogliere di Scopello o di Capo Gallo, fra le lunghe spiagge di Donnalucata o fra le colonne dei templi di Agrigento e Segesta.
Gli odori forti della ginestra e della zagara avrebbero pervaso lo spirito e i colori violenti e nitidi dell’azzurro del mare e del bruno delle montagne si sarebbero riflessi sui nostri occhi. Il calore del sole, il vento tiepido di una nuova stagione calda, il profumo di una pasta “sugo e melenzane”. Un sogno, appunto, un lascito onirico di una terra che accoglie e sbalordisce da secoli.
Ebbene, oggigiorno, le proiezioni del nostro inconscio ci restituirebbero immagini diverse, emblematiche di una tragedia annunciata.
Il grigio sarebbe il colore predominante, delle immense onde alte fino a 16 metri e del cielo cupo, il torbido del mare lascerebbe sentori di corda, terra e forse anche di plastica consumata sparsa dappertutto. Aprendo gli occhi, le immagini di chilometri di coste spazzate via, di detriti, macerie, di pezzi interi di passeggiate di lungomare divelte abbraccerebbero la nostra coscienza, mostrandoci il futuro di una prossima estate turistica e di leggero divertimento andati già bruciati, passate in cavalleria.
Ma la sensazione predominante, senza ombra di dubbio, sarebbe quella della solitudine, mista a sconforto, della rassegnazione, simboleggiata dalla collina di Niscemi, che senza rimedio crolla, si accascia come un pupo siciliano al termine della battaglia, portando con sé case, oggetti, storie.
Ed è proprio da questa sensazione, ormai trasformata in certezza, in un dato di fatto, che sorge l’esigenza di un riscatto, di una presa di posizione, di un colpo di reni finale, prima – si spera in realtà mai – della disfatta finale.
Si, perché, per troppo tempo, le consapevolezze e ambizioni di un popolo orgoglioso e capace, come quello siciliano, si sono lasciate intrappolare in una palude fatta di attese incompiute e di speranze deluse, che hanno formato uno strato morto, anonimo, come i pezzi dell’autostrada mai risistemata della Palermo-Catania, come gli impianti di distribuzione delle acque dell’Ennese mai riqualificate, come il doppio binario per l’alta velocità ancora in elaborazione, come la riqualificazione dei boschi incendiati e, da ultimo, come il progetto del ponte, così tanto vaneggiato con toni epici e ancora non avviato per mille motivi.
Anche adesso, la percezione comune è quella dell’abbandono, della diserzione delle nostre rappresentanze dal dovere di incombere come falchi per ripulire, risistemare, accudire, il più presto possibile, per aiutare le donne e gli uomini che stanno provando a rimettersi in carreggiata.
La sensazione è proprio questa, - lo ripeto - di uno “strato morto”, di un limbo, sospeso fra tensione al progresso e certezza dei nostri mali, nel quale, più o meno volontariamente, questa terra è stata accantonata e con essa tutti noi dentro.
L’immagine selvaggia e un po’ esotica, che in modo accattivante attira gente, visitatori, turisti, e che per un lungo tempo ha retto la narrazione di una Sicilia vivace, roboante dopo il periodo delle ‘stragi’, non regge più di fronte all’insieme dei tanti problemi accumulati: un’economia ferma, un’emigrazione di massa di giovani e meno giovani, un depauperamento delle campagne e del territorio, una sanità che barcolla, una giustizia sociale sempre più tenue e che lascia il posto ad un uso troppo semplice delle armi.
Il ciclone Harry ha svelato la realtà, in modo drammatico e brutale. Ha in sostanza tolto dalla vetrina tutti gli abbellimenti che hanno consentito di ammiccare agli altri e a noi stessi, lasciandoci spesso credere che un bel mare azzurro, una saporita arancina e un monumento
millenario, fossero sufficienti per tenerci a galla, al passo con i tempi. Harry ci ha sbattuto la porta in faccia, ha cacciato fuori dal paradiso terrestre gli ultimi in grado di potersi illudere che le cose comunque non stessero andando poi così male.
Queste onde violente hanno squarciato il velo di Maya, lasciandoci ancora un po’ più nudi e impauriti.
Che fare? Beh, è proprio questa la parte complicata, il vero problema, una volta incassato l’ennesimo colpo.
Impossibile tracciare le fila di tutte le possibili soluzioni a questi annosi temi, richiederebbe troppo tempo, troppa serietà e lucidità. Avviliti ancor di più dall’avere visto andare sprecato il beneficio dell’essere una regione a statuto speciale, si fa fatica a riporre fiducia in chi dovrebbe rappresentarci.
Basti guardare alla percentuale dei votanti: alle ultime politiche, 57,34% e alle regionali, 48,82%. Praticamente un siciliano su due ha rinunciato al voto. È per questo che si dovrebbe ripartire dallo stravolgere questo dato, dall’assumere una postura diversa, di pretesa e allo stesso tempo di vigorosa partecipazione alla cosa pubblica.
Troppo facile puntare sempre il dito contro chi ci ha deluso, la responsabilità nasce nel momento delle scelte in chi le compie. Purtroppo, la storia e l’attualità ci dimostrano costantemente che più arretra la partecipazione democratica, tanto più fatica fa ad affermarsi la giustizia sociale, la tutela dei diritti, il rispetto delle regole.
Si alimenta così questo circuito vizioso che ingrassa questo “strato morto”, il limbo, privando lentamente il cittadino di quel banale ma straordinario potere che deriva dall’esercitare il voto, dall’interessarsi delle cose pubbliche, in ogni modo e in ogni forma. Gaber cantava “la libertà è partecipazione”.
Ma qui si tratta di qualcosa di ancor più semplice ed essenziale, visto che Gaber non parlava direttamente di voto, ma di capire che se un diritto spetta, allora va riconosciuto, non concesso. Se un servizio pubblico è necessario, allora va assegnato, cominciando a darlo a chi ne ha più bisogno, cominciando dalle ferrovie, passando per la sanità, i trasporti, persino dal ponte sullo stretto!
In questi ultimi giorni, si è registrato molto movimento, sui social soprattutto, grazie alle iniziative di molti ragazzi che hanno iniziato a spostare le macerie, a rivendicare l’urgenza degli aiuti. Hanno fatto eco le decine e decine di associazioni, organizzazioni, enti che lavorano ogni giorno per questa terra con abnegazione e amore sconfinato.
Beh, questo momento di devastazione, che segna probabilmente un picco negativo nella storia della Sicilia degli ultimi anni, può e dovrebbe essere anche un’occasione per iniziare a riprendere tutti in mano le redini del futuro di questa terra, ognuno con il suo ruolo e compito, nella consapevolezza di essere cittadini di serie A, ma di dovere al contempo attivarsi e mettersi in gioco, perché più la popolazione è attenta, preparata, puntuale e coesa, più sarà difficile per chi la racconta e governa a breve o a lunga distanza, voltarsi dall’altro lato, potendo dire che si è trattata di una “semplice alluvione”.
Il 2025 va via: sarà un anno da non archiviare
MONREALE, 31 dicembre – Sarà molto difficile, anzi sarà forse impossibile, per la comunità monrealese, archiviare quest’anno come uno dei tanti. Come l’ennesimo che va in soffitta, tra gioie, dolori, rimpianti o speranze.



