Riceviamo e pubblichiamo...
Sono passate poche ore e già la cenere si alza leggera, quasi beffarda, ad ogni alito di vento che attraversa ciò che resta dei boschi di Belmonte, Altofonte, Castronovo e della valle dello Jato.
A Monreale, nelle frazioni di San Martino e Pioppo e in località Lenzitti, certi tizzoni fumano ancora, quasi il fuoco non sia ancora pago della propria vittoria. Ma intorno non c'è più nulla da ardere. Il fuoco ha già vinto. Ha già preso tutto.
Venerdì mattina il segretario del Pd di Monreale mi ha invitato a far parte di una delegazione in visita di questi luoghi. Compagni che, come me, avevano visto da lontano fuoco e fumo, oggi ci siamo trovati a calpestare con i nostri piedi cenere e carboni. È stato molto utile perché ci sono cose che gli occhi, da soli, non riescono a contenere. Sui posti bisogna andarci e respirarne l'aria, tanto più se si tratta di boschi. Mi ha colpito il silenzio: nemmeno un cinguettio d’uccello, un frinire di cicala, figurarsi il fruscio delle foglie.
Quello che abbiamo visto non ha un nome adeguato. Centinaia di ettari di bosco cancellati. Soppressi. Rimossi dalla faccia della terra come se non fossero mai esistiti. Alcuni operai che abbiamo incontrato a Casaboli — uomini con oltre trent'anni di esperienza fatta di lotta al fuoco e impegno per la prevenzione e il rimboschimento — quantificavano, solo in quell'area e fino a Montelepre, oltre millecinquecento ettari di terreno percorso dal fuoco. Millecinquecento! Quindici milioni di metri quadrati di area boschiva. Un numero che nessuna fotografia riesce a contenere, che nessun video riesce a restituire nella sua interezza. Difronte ai nostri interlocutori noti che si accende la rabbia, anche se “ordini superiori” impongono di tacere. Eppure, la rabbia, in certi momenti, è l'unica forma di lucidità che rimane.
Ci hanno raccontato, come le fotografie confermano, che i tronchi di certi alberi che hanno bruciato in questi giorni giacevano già a terra da quattro anni. Da quattro anni. Dal precedente incendio. Quegli alberi abbattuti, quei possenti fusti che ostruivano i sentieri, che rendevano impraticabili i versanti, erano lì immobili, pazienti, dimenticati ad aspettare. Ad aspettare che qualcuno li rimuovesse. Non è arrivato nessuno, (stranamente nemmeno per un selfie). E così hanno ripreso fuoco.
Altro che pulizia del sottobosco. Nessuna bonifica. Nessun intervento. Nessuna voce, nessuno stanziamento, nessuna delibera che portasse uomini e mezzi su quei versanti. Solo silenzio istituzionale quando servirebbe operare preventivamente. Così quei tronchi, hanno maturato la loro involontaria rivincita.
Si, certo, ovviamente, come dicono sempre quelli dal “carbone bagnato”: “ora non è tempo di polemiche”. Mi verrebbe voglia di chiedere quando si potrà polemizzare; quando si potranno chiedere le responsabilità dei colpevoli e non solo cercare genericamente i piromani. Quelli sono cattivi e criminali, lo sappiamo. Vanno ricercati e perseguiti duramente.
Ma è possibile che ci siano anche e soprattutto interessi consolidati e di diversa natura? È possibile che ci siano gravissime responsabilità nelle mancate politiche di prevenzione e gestione delle catastrofi? O ci dobbiamo accontentare che ci sia perfino chi davanti ad una strage ci racconti che con il suo dronetto radiocomandato abbia sventato un potenziale incendio in località ovviamente imprecisata perché i voli devono rimanere top secret, manco fossimo nel golfo di Hormuz o nelle linee del fronte di guerra ucraino?
Credo che a mente fredda occorrerà prendere il meglio delle idee, della elaborazione, delle esperienze, delle conoscenze, dei saperi, delle tecnologie applicate e applicabili a questa complessità di problemi perché non se ne può più. Aggiungo che sarebbe tempo di mandare a casa ad ogni livello dirigenti e politici semianalfabeti ed incompetenti. Quelli e quelle che non hanno idea di come affrontare ogni problema, utili solo a portare i voti al mulino del barone e del baronetto in cambio del compenso pattuito. Mai capaci di chiedere perché le cose non funzionano né di cercare ed offrire soluzioni. A questo cascame parassitario, (chi si sente chiamato in causa può sempre argomentare), consiglio di provare almeno a cospargersi il capo con un po’ della tanta cenere rimasta. Poi chiedere scusa e magari togliere il disturbo.
* ex deputato nazionale del PD
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