Monsignor Lorefice: “Oggi la croce di Cristo è l'unica speranza, per ogni uomo e per ogni donna”
Ieri sera per il quarto passo di novena la concelebrazione eucaristica con gli arcivescovi di Monreale e Palermo è stata dedicata al ricordo di Salvatore Turdo, Massimo Pirozzo e Andrea Miceli
MONREALE, 28 aprile – Ieri sera all’interno del santuario del Santissimo Salvatore Crocifisso alla Collegiata si è svolta la terza celebrazione eucaristica del solenne novenario per il 400esimo anniversario del Santissimo Crocifisso di Monreale.
A presiedere la solenne concelebrazione eucaristica è stato l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, con monsignor Isacchi, arcivescovo di Monreale. Con loro anche don Nicola Gaglio e don Luca Leone, rispettivamente parroco e viceparroco della parrocchia Santa Maria Nuova - Santuario del Santissimo Crocifisso alla Collegiata, e don Francesco Di Maggio, rettore del Seminario arcivescovile.
In apertura, monsignor Gualtiero Isacchi ha ringraziato monsignor Lorefice per aver accettato l’invito ad accompagnare la comunità monrealese in questo giorno particolare per la città di Monreale: “Ti accogliamo con gioia - ha affermato monsignor Isacchi - in un giorno particolare per noi, poiché ricorre oggi per noi l’anniversario della morte dei nostri ragazzi Andrea, Massimo e Salvatore. Ho chiesto a te di essere con noi in questa giornata per l’amicizia e la stima che ci legano, ma anche perché condividiamo questo tipo di dolore nelle nostre comunità delle nostre Chiese. Ho chiesto per questo a te di condividere con noi la tua parola ai piedi del nostro Crocifisso, che nel 1626 ci ha liberati dalla peste. Quest’anno stiamo chiedendo che ci liberi dalla violenza, da questo male che si insinua in forme diverse nel cuore di ciascuno di noi. Ti ringrazio per aver accolto l’invito ed essere qui con noi”.
Proprio all’inizio della sua omelia monsignor Lorefice ha rivolto un saluto a tutta la comunità monrealese: “Caro Fratello Vescovo Gualtiero, Araldo del Vangelo della nobile Chiesa monrealese, Fratelli nel presbiterato, Sorelle e Fratelli consacrati al servizio di Dio, sono profondamente lieto e grato di poter condividere stasera questa Eucaristia con voi, di celebrarla con voi e per voi. Rendo grazie al Signore per questo dono”- ha iniziato così la sua omelia l’arcivescovo di Palermo.
Continuando, monsignor Lorefice ha sottolineato che l’essere in Collegiata per la novena non è per un ricordo formale di un evento tra gli altri: “Essere qui oggi - ha affermato monsignor Lorefice - davanti a Dio e sotto la sua Parola, significa per noi assumere una responsabilità, consentire a una chiamata. È la chiamata dei cristiani a partecipare in pienezza alla vicenda del mondo, a immergersi senza sconti nella storia. Da seguaci del Signore Gesù, da figli del Dio che Egli ha chiamato Padre, da compagni dell'Apostolo Pietro, spinto da Dio, a non rifiutare nulla di ciò che è umano, di ciò che è uscito dalle mani del suo Creatore: «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano» (At 11,9). Noi discepoli del Signore Crocifisso e risorto, siamo chiamati a sposarla questa storia, a farla nostra in tutti i suoi risvolti, i suoi anfratti, le sue enormi miserie, i suoi squarci di luce. Ciò che risplende di bellezza e bontà è 'nostro', in Gesù di Nazareth, quanto il turpe, il brutto, l'assurdo e l'ingiustificabile del nostro vissuto collettivo, del cammino stesso dell'umanità. È a questa assurdità, a questa bruttezza innominabile, che appartengono le morti terribili, agghiaccianti, di Massimo Pirozzo, Andrea Miceli e Salvo Turdo. L'inspiegabile della loro fine, lo scandalo del loro assassinio, è ancora nei nostri occhi e nei nostri cuori, come se non fosse passato un anno. Come se tutto fosse successo ieri. Noi patiamo nel nostro corpo, nel
corpo della nostra comunità, della nostra città, il dolore di quel che è avvenuto. E questo ci accade, ci tocca, in virtù della Croce di Cristo, della sua vita e della sua morte. Oggi, infatti, preparandoci alla Festa del Santissimo Crocifisso, nel IV Centenario, dobbiamo iniziare da questa consapevolezza. Cristo si fa inchiodare sulla croce, si lega al male del mondo, al dolore del mondo. Ognuno di noi è inchiodato a una croce di dolore, di ingiustizia. E la nostra terra - la terra di Monreale, la terra di Palermo, - è inchiodata allo strazio della morte e all'infinito dolore delle famiglie di Massimo, Andrea e Salvo - e anche a quelle di Paolo Taormina e di Sara Campanella-, alla ferita mortale degli uccisi e degli uccisori. Ecco, Sorelle e Fratelli miei, ovunque io giri lo sguardo oggi, è la Croce di Cristo che domina. È cosi se alzo lo sguardo sul mondo, che è la nostra ‘Casa comune’. Vedo guerre che perpetuano l'antico inesauribile ciclo di violenza e di morte. Chi uccide - lo ripeto ancora una volta, e penso al magistero di Papa Francesco e di Papa Leone XIV - chi uccide ha un Alzheimer del cuore: chiude gli occhi e non vede che sta uccidendo il proprio simile. Da Caino ad Abele sono cambiate le armi, ma il peccato è sempre quello: inchiodare l'altro sulla croce e inchiodare chi lo ama ai piedi della Croce”.
“Il demone del male - ha continuato il presule - non lascia il mondo. Imperversa. Eppure, in quel drammatico venerdì del 30 d.C., alla croce si è fatto inchiodare non un malfattore, bensì il Giusto, l'Innocente. Colui che mai aveva usato violenza è stato inchiodato dalla violenza. Perché? La risposta ce la dà lui stesso: «Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde» (Gv 10,12). Ogni uomo deve scegliere tra il male e il bene, tra l'essere il mercenario che rapisce o il pastore bello, il pastore buono, che custodisce. Soprattutto se porta il nome di Cristo. Se onora il Santissimo Crocifisso. Oggi, purtroppo, lo sappiamo, i mercenari proliferano. Si camuffano nei posti più impensati, si insinuano anche nelle Istituzioni, hanno il volto dei grandi del mondo, penetrano finanche nella Chiesa, circuiscono e ingannano i nostri giovani, deludono le loro speranze e i loro sogni, con un insegnamento falso. I mercenari non hanno a cuore la vita delle loro pecore, delle pecore che sono in tutto il mondo. I mercenari sono i cattivi maestri disseminati in ogni strada. Cosi le città, le nostre città, nuclei e simboli dell'umano più vivido, diventano luoghi del male, di violenza, di idolatria. Perché il mercenario produce croci, crocifigge. Sfregia i crocifissi. Chi fa violenza, chi fa la guerra, chi la sostiene, chi opprime il prossimo è nel regno del male. Ha solo voglia di uccidere e di far piangere i vivi che rimangono”.
Nella parte finale della sua omelia l’arcivescovo di Palermo ha rilanciato la necessità di tornare a insegnare ai più giovani il gusto della bellezza che rigenera: “Cristo è il Pastore bello e buono, che continuamente ci parla. Torniamo ad insegnare ai nostri giovani il gusto della bellezza che rigenera: è la bellezza di un incontro vero, di un sorriso gentile, di un volto piangente, di un volto che ama; la bellezza della luna nel cielo notturno, della campagna assolata; la bellezza dell'Annunciata di Palermo di Antonello da Messina, de L'Infinito di Giacomo Leopardi, la bellezza di tutti i piccoli, di tutti i bambini. Di tutte le mamme che portano nel loro grembo la vita. Chiunque ha il gusto della bellezza vera non sa cosa sia la violenza, l'aggressione. Si, amare la vita per non uccidere la vita. Perché la vita - anche nelle difficoltà, anche nelle fatiche - è bella. Cristo è il Pastore bello che ci chiama per nome. Se i nostri giovani imparano il silenzio, l'ascolto di sé stessi, sentiranno la voce del Signore che nell' «intimo più intimo» («interior intimo meo»: Confessioni III, 6.11) del nostro cuore chiama per nome. Papa Leone XIV nel Messaggio per questa 63ª GMPV ha ribadito «l'importanza della cura dell' interiorità come spazio di relazione con Gesù, come via per sperimentare la bellezza e la bontà di Dio nella propria vita». Torniamo ai piedi della Croce. Quella croce a cui sono appesi il buono e il malfattore. Impariamo dal buon ladrone a riconoscere in ogni vivente il Signore, anche nell'umanità indifesa, lebbrosa, peccatrice e ferita. Guardiamo la Croce, contempliamo il Santissimo Crocifisso: e vediamo Lei, la Madre Addolorata. Quella che consola le madri e i padri dei figli uccisi. Stringiamoci a lei. Gesù ci ha dato il dono più bello che ha avuto sulla terra: sua Madre. Consegniamoci a lei. Distrutti dal dolore e dal peccato, accogliamo il suo abbraccio. Ai piedi di ogni croce c'è lei che ci insegna - come ogni madre - ad amare il fratello, a consolare il ferito, ad avere compassione dello smarrito”.
In chiusura monsignor Isacchi, riprendendo la parola e ringraziando monsignor Lorefice ha così concluso: “Carissimo vescovo Corrado, grazie per la tua presenza, per la tua parola, che mette ancora più in comunione le nostre due chiese di Monreale e Palermo. Viviamo con lo stesso cuore e le stesse difficoltà, ma viviamo sotto questa stessa croce. Mi permetto di cogliere un aspetto tra i tanti spunti che ci ha fornito monsignor Lorefice, che vorrei caratterizzasse questo nostro anno giubilare, e mi riferisco all’invito di riconoscere ogni volta che guardiamo al Crocifisso un abbraccio a questa storia, alla nostra umanità, a ogni uomo e a ogni donna, ogni persona perché siamo riflesso di questo amore di Dio”.
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