MONREALE, 23 luglio – Il copione si ripete troppo spesso. Le fiamme divorano boschi, campagne e montagne, lasciando dietro di sé cenere, devastazione e una lunga scia di rabbia.
Poi, spenti gli incendi, cala il silenzio. Un silenzio che dura fino all'emergenza successiva, quando ci si ritrova nuovamente a contare gli ettari di vegetazione distrutti e i danni a un territorio sempre più fragile.
Quello che è accaduto a Casaboli non può essere archiviato come una tragica fatalità. Non esistono fantasmi, maledizioni o coincidenze dietro incendi che – è fin troppo evidente – sono frutto della mano dell'uomo. Quella criminale che deliberatamente appicca il fuoco, distruggendo in poche ore un patrimonio naturale costruito in decenni e mettendo in pericolo abitazioni, animali e vite umane. Nessuno li chiami "piromani". Delinquenti, criminali, disgraziati sono i termini molto più calzanti.
Ma accanto alla responsabilità di chi incendia esiste un'altra responsabilità, meno evidente ma altrettanto pesante: quella del silenzio. Siamo convinti che tanti sappiano. Nomi, cognomi, dinamiche e persino precedenti. I social network si riempiono di accuse, allusioni e certezze, salvo poi lasciare il posto al vuoto quando quelle informazioni dovrebbero arrivare nelle sedi competenti. Se davvero qualcuno conosce elementi utili per individuare i responsabili, il momento di parlare è adesso. Non si tratta di fare lo "sbirro", come tanti, purtroppo, pensano in questi casi, ma di difendere la propria terra da chi la sta sistematicamente distruggendo.
Gli effetti di questi roghi, infatti, non si esauriscono con l'ultimo focolaio spento. Il bosco perduto significa perdita di biodiversità, impoverimento del paesaggio e un inevitabile aggravarsi del dissesto idrogeologico. Con le prime piogge autunnali, versanti privati della vegetazione rischiano di trasformarsi in fiumi di fango e detriti. Ogni incendio di oggi diventa un'emergenza ambientale e di protezione civile domani.
Per questo non basta limitarsi all'indignazione. Servono investigazioni rapide e incisive, controlli costanti sul territorio, tecnologie di sorveglianza, pene certe per chi viene individuato e, soprattutto, una collaborazione concreta tra cittadini e istituzioni. La tutela del patrimonio boschivo non può essere demandata esclusivamente ai vigili del fuoco, alla forestale o alla protezione civile, che ancora una volta hanno dimostrato professionalità e sacrificio. È una responsabilità collettiva.
Casaboli rappresenta ormai il simbolo di una ferita che riguarda l'intero territorio monrealese. Ogni ettaro che va in fumo è una sconfitta per l'ambiente, per l'economia, per il turismo e per il futuro delle nuove generazioni. Continuare ad assistere impotenti a questo scempio significherebbe accettare che la violenza contro il territorio diventi una normalità. E invece normale non è. Non può esserlo.
Perché ogni incendio doloso non brucia soltanto alberi. Brucia identità, memoria e speranza. E fino a quando chi sa continuerà a tacere e chi colpisce continuerà a sentirsi impunito, il fuoco avrà già vinto la sua battaglia più importante: quella che colpisce al cuore un'intera comunità.