di Salvo PorrovecchioGuardando le immagini delle case di Niscemi si ha la sensazione fisica di una ferita aperta.
Non è solo una frana: è un taglio netto, chirurgico e insieme brutale, come se un bisturi gigantesco avesse inciso il corpo della città senza anestesia, lasciando esposte le sue interiora. Le stanze squarciate, i muri che non proteggono più, raccontano vite interrotte a metà frase. Cucine, camere da letto, scale che non portano più da nessuna parte: frammenti di quotidianità improvvisamente trasformati in macerie da guardare a distanza.
Ciò che colpisce di più non è soltanto la violenza della natura – che in Sicilia conosciamo bene e con cui conviviamo da sempre – ma il silenzio assordante che segue. Quelle case non sono crollate in un istante qualsiasi: sono il risultato di anni di fragilità ignorate, di segnali sottovalutati, di una prevenzione mai davvero praticata. La terra cede, sì, ma prima ancora ha ceduto il patto tra cittadini e istituzioni.
C’è qualcosa di profondamente umiliante nel vedere le “interiora” delle famiglie esposte così, senza pudore, come se il dolore privato fosse diventato uno spettacolo involontario. La perdita non è solo materiale: è la perdita di sicurezza, di fiducia, di appartenenza. È l’idea che la casa – ultimo baluardo contro il mondo – possa essere portata via senza che nessuno abbia davvero vigilato prima.
E rende ancora più triste, quasi rabbiosa, la percezione dell’assenza di chi avrebbe dovuto esserci. Non solo nel dopo, con le parole di circostanza, ma nel prima: nella manutenzione, nella pianificazione, nell’ascolto. L’assenza di chi amministra pesa quanto il vuoto lasciato dalla frana, perché quel vuoto non è naturale, è politico e morale.
Queste immagini non mostrano solo un disastro geologico. Mostrano una frattura più profonda: quella tra un territorio fragile e una governance che spesso arriva tardi o non arriva affatto. E davanti a queste case aperte come corpi sul tavolo operatorio, senza chirurgo e senza cura, è difficile non provare una tristezza cupa, mista a un senso di impotenza che, da siciliani e da cittadini, conosciamo fin troppo bene.
E allora, davanti a questo squarcio che sembra definitivo, viene spontaneo un pensiero amaro, quasi sussurrato per pudore: forse ogni popolo ha davvero gli amministratori che si merita. Non come una condanna morale, ma come una constatazione dolorosa. Perché l’assenza di chi governa non nasce dal nulla: si alimenta nel tempo, nel disincanto che diventa abitudine, nella rassegnazione che sostituisce la pretesa di responsabilità, nel voto vissuto come gesto inutile o di scambio. Quelle case aperte come viscere non parlano solo di una frana, ma di una lunga catena di rinunce collettive: alla vigilanza, alla memoria dei disastri passati, all’idea che il bene comune richieda cura continua. In questo senso, il bisturi che ha inciso Niscemi non ha tagliato solo la collina, ma ha messo a nudo anche una verità scomoda: l’abbandono è spesso reciproco, dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto.
Eppure il dolore che trasuda da quei muri sventrati resta innocente. Le famiglie colpite non “meritano” nulla di tutto questo. Meritano invece protezione, rispetto, prevenzione. È proprio questo scarto – tra la sofferenza reale delle persone e la mediocrità di chi amministra – a rendere l’immagine così insopportabile. Perché se è vero che un popolo finisce per assomigliare ai suoi governanti, è altrettanto vero che ogni tragedia come questa dovrebbe essere uno schiaffo capace di risvegliarlo.
E in mezzo a queste case squarciate, a questa intimità violata, viene naturale chiedersi quale sia stata – e quale sia oggi – la condizione delle persone con gravi disabilità. Se per una famiglia “normodotata” la frana è uno shock devastante, per chi vive già in equilibrio precario è una condanna moltiplicata. La perdita della casa, l’evacuazione improvvisa, l’accesso impossibile, le scale, i dislivelli, l’assenza di servizi: tutto ciò che per molti è un disagio temporaneo, per loro diventa una barriera assoluta.
Immaginare una persona non autosufficiente strappata dai propri spazi adattati, dai piccoli rituali che rendono la vita tollerabile, è forse la parte più crudele di questa tragedia. Perché la disabilità vive di continuità, di stabilità, di prevedibilità. La frana distrugge tutto questo in un istante, e lo fa in un contesto in cui l’assistenza pubblica è spesso già fragile, intermittente, burocratica. Qui l’assenza dello Stato non è solo politica: diventa fisica, concreta, dolorosa. Ed è proprio in questi momenti che si misura la civiltà di una comunità. Non dalla velocità con cui si mettono i sigilli o si dichiarano le zone rosse, ma dalla capacità di prendersi cura degli ultimi, di chi non ha voce, di chi non può protestare né scendere in piazza. Se queste persone vengono lasciate sole, spostate come pacchi, senza un progetto, allora la frana ha colpito due volte: la prima la terra, la seconda la dignità.
Forse è anche da qui che si comprende fino in fondo l’amara verità che ogni popolo ha gli amministratori che si merita. Perché quando una società accetta che i più fragili paghino sempre il prezzo più alto, sta implicitamente accettando un’idea di governo che considera alcune vite “collaterali”. E davanti a queste case aperte, a queste esistenze esposte come ferite, la tristezza diventa qualcosa di più profondo: diventa vergogna collettiva.
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