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L’Italia che non ce la fa e un governo che guarda altrove

· Salvo Porrovecchio · L'opinione
fumetto di Salvo Porrovecchio

Leggere i numeri freddi dell’ISTAT come se fossero semplici statistiche è già di per sé un esercizio di disonestà intellettuale.

Quei numeri hanno una faccia, un nome, una storia. Nel 2024, in Italia, 5,7 milioni di persone vivono in povertà assoluta, il 9,8% della popolazione residente, una quota sostanzialmente identica a quella del 2023.  “Stabile” è la parola usata dagli istituti di ricerca per descrivere questa situazione. Ma “stabile” su livelli intollerabili non è una notizia rassicurante: è una condanna.

In dieci anni il numero delle persone in povertà assoluta è aumentato di circa un milione e mezzo, passando da 4,1 a 5,7 milioni.  Non si tratta di una crisi emergenziale sopraggiunta di colpo: è un declino strutturale, lento, cocciuto, che nessuna classe dirigente ha davvero invertito.

Ancora più inquietante è il dato sui minori. Sono oltre un milione e 283 mila i bambini e gli adolescenti in povertà assoluta, il 13,8% dei minorenni residenti: il valore più elevato dall’inizio della serie storica nel 2014.  Un Paese che lascia crescere i propri figli nella miseria sta ipotecando il futuro a tutti i livelli — capitale umano, coesione sociale, perfino competitività economica.

Il sistema sanitario: da diritto al privilegio

Se la povertà economica è il primo macigno, la crisi della sanità pubblica è il secondo, e i due si alimentano a vicenda in un circolo perverso. L’Italia detiene il primato poco invidiabile di essere tra i Paesi europei dove la quota di spesa sanitaria direttamente pagata dalle famiglie è più alta: quasi il 24%, contro una media UE del 15,5%.  Pagare di tasca propria non è una scelta, per la maggior parte degli italiani: è l’unica alternativa all’attesa. Circa l’80% degli intervistati ha indicato le liste d’attesa come motivazione principale del ricorso al privato, mentre un ulteriore 20% ha dichiarato di aver tentato l’accesso ai servizi pubblici senza successo, trovandosi costretto a optare per soluzioni a pagamento.

Il risultato è una spesa privata esplosa: nel 2024 la spesa sanitaria delle famiglie ha raggiunto 46,41 miliardi di euro, quasi +8% rispetto all’anno precedente.  Miliardi sottratti ad altri bisogni primari — alimentazione, affitto, istruzione — da famiglie che non possono permetterselo, ma non possono nemmeno permettersi di non curarsi. E chi non riesce a sostenere neppure questo sforzo? Rinuncia. Circa 1 persona su 10 nel 2024 avrebbe rinunciato a curarsi, soprattutto per le liste d’attesa e per motivi economici: un indicatore che rende tangibile la distanza tra diritto teorico e accesso reale.  Alla radice del problema c’è un sottofinanziamento cronico e deliberato.

La spesa sanitaria pubblica è tornata a scendere fino al 6,2% del PIL nel 2023, con una leggera risalita prevista al 6,3% nel 2024 e 2025.  La spesa sanitaria pubblica pro capite italiana rimane inferiore del 19% alla media dell’Unione Europea.  Al di là delle cifre nominali in crescita — presentate trionfalmente dagli esponenti del governo — la quota di ricchezza nazionale destinata alla sanità è scesa dal 6,3% del 2022 a poco più del 6%, determinando una perdita reale di circa 17,7 miliardi di euro.  In parole povere: i numeri assoluti salgono, ma la sanità arretra rispetto alla ricchezza prodotta e alle necessità effettive della popolazione.

E i governanti (tutti anche i precedenti a questo governo)? Cosa fanno?

Questa è forse la domanda più amara. La risposta onesta è: poco, tardi, e spesso nell’interesse sbagliato. Di fronte alla crisi delle liste d’attesa, il governo è intervenuto con la legge n.107 del luglio 2024, che ha introdotto tra le altre cose la Piattaforma Nazionale Liste di Attesa. Tuttavia, a sei mesi dalla conversione in legge del decreto, solo uno dei sei decreti attuativi previsti risultava approvato al 29 gennaio 2025, mentre altri erano già scaduti.  Una legge partorita con grande clamore mediatico, rimasta in larga parte lettera morta.

Sulla povertà, la legge di bilancio 2026 non cambia rotta. Il 10% più ricco della popolazione possiede il 50% della ricchezza nazionale, mentre il 50% più povero si divide appena il 10%.  In questo contesto, il governo propone un taglio dell’aliquota IRPEF per i redditi tra 28.000 e 50.000 euro — un beneficio marginale per chi sta nel mezzo, nulla di strutturale per chi sta in fondo. Sul fronte sanitario, il rifinanziamento nella legge di bilancio 2026 è giudicato insufficiente: nel 2026 la quota scenderà al 5,9% del PIL, mentre oltre 4 milioni di italiani rinunciano a curarsi per motivi economici o per la lunghezza delle liste d’attesa.  La direzione che emerge è, se possibile, ancora più preoccupante: anziché rafforzare il pubblico, si amplia progressivamente lo spazio al privato convenzionato. La legge di bilancio aumenta il tetto di spesa per l’acquisto di prestazioni sanitarie da privati accreditati, confermando una traiettoria di progressivo ampliamento delle attività del privato accreditato, peraltro sempre meno soggetto al controllo delle amministrazioni sanitarie pubbliche.  La sanità si trasforma, di fatto, da diritto costituzionale a servizio di mercato. Chi può paga e si cura; chi non può aspetta, o rinuncia.

Una questione morale, prima ancora che politica

Ciò che emerge da questi dati, complessivamente, non è un problema tecnico da risolvere con aggiustamenti contabili. È una questione di priorità — di scelta deliberata su chi conta e chi no. Un Paese che permette a quasi 6 milioni di persone di vivere nella miseria assoluta, che riduce la salute a una variabile dipendente dal reddito, che alimenta le liste d’attesa pubbliche per gonfiare i profitti del privato, ha smesso di essere, nei fatti, una democrazia sociale. È rimasto tale solo nei proclami.

In questo quadro già devastante, la condizione delle persone con disabilità grave rappresenta forse il punto di rottura più doloroso del patto sociale italiano. In Lombardia, la regione più ricca d’Italia, circa 3.000 disabili gravissimi assistiti dal solo caregiver familiare hanno visto ridurre il proprio sussidio da 650 a 400 euro mensili, mentre chi si trova in dipendenza vitale da macchinari — persone in stato vegetativo, con tracheotomia, o affette da SLA — ha subito tagli analoghi.  Non si tratta di un’eccezione geografica: è la fotografia di un sistema che, su scala nazionale, sceglie sistematicamente di scaricare sulle famiglie — e in particolare sulle donne, quasi sempre caregiver non retribuiti — il peso dell’assistenza che lo Stato non riesce o non vuole garantire.

Il governo ha risposto con la riforma della disabilità del 2024 e con la legge “Dopo di Noi”, che destina fondi all’assistenza per i disabili gravi privi di sostegno familiare. Il decreto approvato a dicembre 2025 stanzia poco più di 72 milioni di euro per l’intera platea nazionale.  Una cifra che, distribuita su centinaia di migliaia di persone con bisogni assistenziali intensivi e continuativi, equivale — nella migliore delle ipotesi — a pochi euro al giorno per ciascuno. E che arriva, peraltro, con anni di ritardo rispetto alle promesse e alle norme già vigenti.

Il paradosso più crudele è questo: una persona con disabilità gravissima che non ha una famiglia capace di assisterla non ha, nella maggior parte d’Italia, un’alternativa dignitosa. Le strutture residenziali pubbliche sono insufficienti, il privato convenzionato è spesso inadeguato o lontano, e il caregiver familiare — cui la legge ha da poco riconosciuto un’esistenza giuridica — non riceve ancora né stipendio, né tutele previdenziali strutturali, né una rete di supporto psicologico. Lo stesso sistema che taglia i sussidi giustifica i tagli con la promessa di “servizi integrativi” comunali che, nei fatti, non esistono o non sono sufficienti a coprire neppure tre giorni al mese di assistenza igienico-personale per una persona completamente paralizzata.

Questo è il punto in cui la retorica della “nazione che non lascia indietro nessuno” mostra tutta la sua vacuità. I disabili gravi non sono una categoria residuale: sono persone con una storia, affetti, dignità — e diritti costituzionalmente garantiti. Trattarli come voci di bilancio da comprimere, scaricarli sulle spalle stanche di famiglie già al limite, fingere che 72 milioni nazionali siano una risposta adeguata a bisogni miliardari: tutto questo non è una scelta tecnica. È una scelta morale. Ed è, nel silenzio generale, una delle pagine più buie dell’Italia contemporanea.​​​​​​​​​​​​​​​​

La Costituzione italiana, all’articolo 32, garantisce la tutela della salute “come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. All’articolo 3, impegna la Repubblica a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che impediscono la piena partecipazione dei cittadini. Queste non sono parole ornamentali: sono impegni precisi, che i governanti — di qualsiasi colore — hanno il dovere di onorare. Quando milioni di persone non riescono a curarsi e milioni di bambini crescono nella povertà assoluta, qualcuno sta mancando a quel patto fondamentale. E la prima forma di rispetto verso quei milioni di persone è chiamare le cose con il loro nome, senza nascondersi dietro piattaforme digitali, decreti mai attuati e slogan di manovra.

· Enzo Ganci · Editoriali

MONREALE, 31 dicembre – Sarà molto difficile, anzi sarà forse impossibile, per la comunità monrealese, archiviare quest’anno come uno dei tanti. Come l’ennesimo che va in soffitta, tra gioie, dolori, rimpianti o speranze.

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