di Mariella SapienzaNessuno stupore dovrebbe più prenderci dinanzi ai roghi: non si tratta oramai di casi isolati, ma di un loop che si ripete, puntuale, con il caldo torrido.
Si accendono le fiamme, crepitano gli alberi, bruciano gli animali e muore la vita. Restano solo sdegno, dolore e senso di perdita. Case inghiottite dal nero, gente sfollata, la vita custodita dentro le mura violata dalla barbarie di mani nemiche. Tutto il sudore e la fatica di anni di lavoro distrutti in una notte d'estate. Quelle notti che dovremmo ricordare per le stelle cadenti, i bagni a mezzanotte e la grande luna nel cielo, diventano un inferno: viaggi incessanti di Canadair nei cieli opachi, urla di uomini che fanno da scudo con le loro stesse vite, contrapponendo l'acqua, l'ossigeno e la vita al monossido di morte. Una lotta tra Eros e Thanatos, una guerra che non avrà vincitori. Ora la montagna è un tizzone, un'Etna che non ruggisce ma piange fuliggine, scivolando senza più radici fino alla città con il suo pianto nero.
Tutti ci chiediamo chi possa assassinare così la bellezza, chi possa essere capace di uno scempio che spalanca le porte dell'inferno. Non possiamo assolutamente continuare a ipotizzare che si tratti soltanto di "piromani". La piromania è una patologia, non rara, ma che non regge dinanzi a uno scenario così altamente organizzato, che lascia credere ci sia dietro un pensiero mafioso, malavitoso, che vuole tenere lo scettro del territorio. Un potere ombra che si nutre di omertà: i mandanti, infatti, sono tutelati dalla difficoltà di essere identificati e puniti, e questa cronica impunità incoraggia a reiterare il dolo.
È una guerra dichiarata, spregevole e che sembra quasi incomprensibile, perché la devastazione seminata si ritorce inesorabilmente anche su chi ha innescato l'incendio, sui suoi figli e sui figli dei suoi figli, condannati tutti a respirare la stessa cenere. Ma se questa guerra continua a fare vittime, se nessuno riesce a fermarla, è perché evidentemente non sono stati utilizzati tutti i mezzi possibili e perché chi agisce ha sempre dei complici ben radicati nei territori: persone che conoscono a menadito i sentieri dei boschi e sanno perfettamente quale potere ricattatorio si possa esercitare mandando in fumo la flora e la fauna, annientando con esse ogni prospettiva di tutela della biodiversità e l'idea stessa di un mondo pulito e verde.
Le ecomafie usano i terreni resi fragili dall'incuria e abbandonati al degrado umano. È proprio in questi vuoti di tutela del territorio che la rete illegale prospera indisturbata. Ed è così che, pezzo dopo pezzo, i criminali circondano, opprimono e infine soffocano la legge e la giustizia. È giusto, quindi, riconoscere che si tratti di crimine ambientale. Usare le parole giuste serve a dare la reale misura al fenomeno, altrimenti lo si giustifica. I piromani sono persone affette da una patologia; i criminali, invece, devono essere perseguiti con pene certe e severe, senza alcuno sconto.
Gli incendi boschivi, senza esagerazione alcuna, sono atti di vero terrorismo. Sono bombe. E la ferocia di questi attentati raggiunge l'apice della crudeltà nell'uso degli inneschi: ci sono povere bestie usate come kamikaze, gatti dalle code incendiate che diventano ordigni viventi, in fuga disperata prima di deflagrare. Dinanzi a una strategia del terrore così vile e capillare, i vigili del fuoco, il corpo forestale e la protezione civile non riescono più a combattere questa guerra impari. Rimane il pianto di questi uomini sconfitti, le lacrime dei bambini, il grido della gente che fugge dalle proprie case e quello del bosco, con il suo micromondo di pace e bellezza offeso e piegato dalla cultura di morte.
Bisogna seguire piste criminali. Non basta più il contrasto delle amministrazioni locali, ed è frustrante pensare che i droni possano da soli salvare un bosco. Il governo centrale deve comprendere che necessitano misure strutturali contro questo fenomeno crescente che, ad oggi, non ha colpevoli ma soltanto vinti.
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MONREALE, 23 luglio – Il copione si ripete troppo spesso. Le fiamme divorano boschi, campagne e montagne, lasciando dietro di sé cenere, devastazione e una lunga scia di rabbia.



