Il frate assassino e il superiore affiliato alla mafia

Un interessante amarcord su un fatto di cronaca lontano nel tempo e ancora con tanti punti oscuri

All’interno del santuario di Tagliavia, dedicato alla Madonna del Rosario, il 20 marzo del 1940 (era un mercoledì) accade un episodio tragico ed inquietante: di buon mattino, i frati partecipano come di consueto alla messa celebrata dal cappellano don Felice Giambrone. Mentre la funzione religiosa è in svolgimento, fra’ Giovanni - al secolo Tommaso Carnesi - all’improvviso estrae dalla tonaca un fucile da caccia e spara contro il vice-superiore Carmelo Di Benedetto (fra’ Antonino) e il cuciniere Filippo Bongiorno (frate Francesco), entrambi ultrasettantenni.

L’omicida si dà immediatamente alla fuga nelle campagne circostanti; alcuni confrati gli corrono dietro e tentano di bloccarlo: ma fra’ Giovanni non si ferma ed anzi esplode contro i suoi inseguitori diversi colpi, che fortunatamente non vanno a segno.
Frattanto il superiore Agostino Tantillo fa trasportare all’ospedale civico di Palermo i due feriti: ma l’emorragia causata dalla lacerazione ad un’arteria femorale non dà scampo a frate Francesco, che muore prima dell’arrivo al nosocomio; per le gravi ferite riportate al volto, alla trachea e ad una spalla, fra’ Antonino cessa di vivere il giorno seguente. Prima del decesso tenta - chissà perché - di scagionare il confratello che gli aveva sparato, dichiarando al magistrato: «Ha agito in un momento di pazzia, sparando a casaccio e senza prendere di mira alcuno, perché nessun motivo di rancore poteva avere contro i frati e specialmente contro di me».
Dopo la fuga, fra’ Giovanni rimane latitante per poco più di un mese: viene catturato dalla polizia il 24 aprile in un casolare nelle campagne nei pressi di Partinico. Durante gli interrogatori tenta inizialmente di farsi credere infermo di mente; alla fine però, messo alle strette, rivela la vera motivazione del suo gesto criminale. Confessa così di aver sottratto dalle offerte 7000 lire (che equivarrebbero oggi a circa 5000 euro): i frati Francesco e Antonino avevano scoperto il furto. Preoccupato di ciò, si era rivolto al superiore, il cui consiglio fu di … “far fuori” i due confratelli e poi, per sfuggire alla galera, di fingersi pazzo; tra l’altro, la morte dell’anziano fra’ Antonino avrebbe “liberato” il posto di vice-superiore, a cui l’omicida aspirava.
Investigatori e inquirenti ricostruiscono la vasta rete di appoggi e connivenze di cui fra’ Giovanni aveva avuto modo di beneficiare durante la latitanza. Nella prima fase delle indagini, anche il superiore del santuario finisce sotto accusa, in quanto ritenuto istigatore del duplice delitto: in istruttoria viene tuttavia prosciolto. Nel corso del processo, il frate assassino insiste nel tentativo di fingersi pazzo, senza però riuscire a convincere i giudici, che lo condannano all’ergastolo; a coloro che quand’era latitante lo avevano aiutato e protetto vengono inflitte pene comprese fra i nove ed i dodici mesi di reclusione, per favoreggiamento e falsa testimonianza. Fra’ Giovanni resta in cella per ben quarant’anni; poco tempo dopo la scarcerazione passa a miglior vita.

Nel rapporto della polizia consegnato alla magistratura nel maggio del 1940 si legge che in quel periodo l’eremo di Tagliavia “era abitato da persone poco amanti del lavoro, che, solo a scopo di lucro, avevano indossato l’abito monacale” ed anche che “il superiore Tantillo Agostino era un noto capeggiatore della mafia, già processato per associazione per delinquere e correità in duplice omicidio, sebbene poi prosciolto per non avere commesso i fatti, data la sua astuzia e le sue facoltà di simulazione e dissimulazione”.
Risulta fondatamente dimostrato che, a quell’epoca, i malavitosi del Corleonese si servivano del convento di Tagliavia per esercitare il controllo su un esteso territorio, strategico per i loro loschi affari; e d’altro canto risulta evidente che la protezione di cui l’omicida aveva goduto durante la latitanza gli era stata assicurata dalla mafia, che aveva un profondo radicamento nella zona. Peraltro, il superiore Tantillo già alcuni anni prima era stato indicato come "uomo d’onore" dal medico-boss Melchiorre Allegra (considerato da alcuni il primo pentito di mafia), che nell’estate del 1937 alle forze dell’ordine, senza usare mezzi termini, aveva rivelato: «Quel monaco è un affiliato».

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