Giuseppe Romanotto - Orizzontale 2019

Cari compagni….

Le riflessioni di uno studente del liceo “Basile” alla vigilia degli esami di maturità

Si conclude oggi un corso, una storia. Come quelle che vorremmo non finissero mai, quelle storie che, aprendo gli occhi al mattino, si tenta tenacemente di riportare alla memoria … ma non è mai lo stesso risultato. Viverle nel sogno è diverso, sentirsi parte dei propri desideri non equivale mai al fingere di sentirli. È così che è stato, per ben cinque anni.

E ora, ripensando al passato – a quel sogno che fino a pochi istanti fa sembrava tanto vivido e compenetrante – si ha la netta sensazione di aver perso qualcosa, di aver istantaneamente lasciato molte parole, molti sguardi indietro. È stato bello vivere nel sogno, cari compagni. È stato bello sapere che ogni paura, ogni timore, qualunque cosa apparisse più grande di noi e delle nostre aspettative in realtà non fosse altro che un semplice, piccolo ostacolo da superare insieme, come solo chi si spende per gli altri sa fare. Vincere insieme, perdere soli. D’altra parte è questo il bello del viaggio: dovunque andrai, qualunque sia la strada che sceglierai di intraprendere, non importa se ardua o accessibile, dentro al tuo bagaglio potrai sempre far affidamento su quella serie di ricordi, sorrisi, litigate e abbracci che indelebilmente hanno scritto la tua storia. Sono le fondamenta di ciò che sei, di ciò che vorresti essere. Sono le parole che ti hanno fatto male e quelle che ti hanno asciugato le lacrime. Sono i suggerimenti durante le verifiche – a volte di nascosto, a volte plateali – e le merendine rubate per ricreazione. Sono quei banchi, il cui legno non è poi così tanto freddo, se scaldato da chi ti sta accanto.
È quel caffè dell’ultimo giorno che, in un breve istante tra un pensiero e la campanella, è diventato tanto amaro. In fondo è così. A che servono le equazioni, i problemi, le declinazioni, le riflessioni se non ti portano ad essere migliore? No, non c’è nessun numero. Non ricordo già nessun otto, nove o sei. Aprendo la mia valigia non trovo giudizi ma soltanto i vostri volti e le memorie che con voi ho condiviso. Se qualcuno dovesse chiedere, così da un momento all’altro: “descrivi questi anni di liceo in una parola”. Io? Io risponderei famiglia. Voi, i professori, i bidelli, i supplenti, tutti. Non ci sarebbe altra parola che potrebbe racchiudere meglio quanta profondità si celi dietro ad essa.
Grazie anche ai professori, a quelli di sempre e a quelli nuovi, perché anche loro non sono veri professori. Dietro quella cattedra, dietro quel dito che scorre l’appello prima di un’interrogazione, dietro gli occhi vigili durante un compito in classe, si nasconde un giovane adolescente, proprio come quei ragazzi dai quali molto spesso non è compreso. Siamo fatti così, noi studenti. Riponiamo le nostre ansie in quella maschera di pregiudizi che in realtà non meritate, ma che silenziosamente accettate. Oggi, di fronte alle parole di quel professore che hai sempre conosciuto, quello stesso professore che il primo giorno ti accoglie e che adesso ti saluta, di fronte alla consapevolezza che tutto, ma proprio tutto cambierà, persino le sue lacrime sgorgano insieme alle tue, squarciando anni e anni di sciocchi e infondati pregiudizi. Grazie a voi, dunque. Alla vostra pazienza e alla vostra tenacia. Alla vostra severità e alla vostra bontà che non smetterà mai, MAI, di sorprenderci.
Che questo sia un augurio, per l’Esame che ci attende e per i tanti altri a cui la vita ci sottoporrà. Grazie per questi anni che pagherei per ripercorrerli tutti, giorno dopo giorno. Grazie per i miei compagni di viaggio, perché nelle nostre valigie, pronte per il futuro che ci aspetta, c’è un posto tutto per noi che niente e nessuno potrà sottrarci.



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