La lenta agonia del Castellaccio

Sul monte Caputo da otto secoli domina Palermo e Monreale

MONREALE, 5 maggio- La costruzione del castello Utveggio, risalente agli anni trenta dello scorso secolo, gli ha fatto perdere il primato di importante maniero che, dai monti circostanti, ha “vigilato” sulla città. L’ha fatto per oltre ottocento anni e, malgrado i tanti acciacchi, continua a farlo parzialmente, fra la disattenzione generale, dalla vetta del superbo Monte Caputo (m.766).

Stiamo parlando del Castellaccio, ovvero del castello di San Benedetto, edificato per volontà di Guglielmo II verso la fine del XII secolo, con lo scopo di adibirlo ad infermeria per i monaci benedettini convalescenti del monastero di Monreale. Ne dà notizia l’erudito don Gaspare Palermo nella sua “Guida Istruttiva” del 1858. Lo stesso autore accenna, anche, all’ipotesi che il castello (occupa un’area di circa 2500 metri quadrati) sia stato fabbricato “dai saraceni, soliti a fortificarsi in Sicilia sulle alture dei monti”. Certo è che per edificarlo, data la posizione, non si è badato a spese e nemmeno alle indicibili fatiche umane. La struttura originaria (ancora non del tutto deturpata) aveva la ben definita forma di un parallelepipedo irregolare con sette torrioni di diversa dimensione, un atrio lungo, la chiesa con robuste mura perimetrali e tre absidi. Inoltre a pianterreno erano ubicati anche il refettorio, la cappella interna e la sala capitolare.

C’era, a quanto pare, anche un piano superiore nel quale furono postate le celle per i monaci. Nel XIV secolo, in seguito alle ricorrenti lotte tra famiglie nobiliari, il Castellaccio ha rischiato, per la pavidità o il doppiogioco dei monaci, di essere consegnato alla fazione catalana acerrima nemica del casato dei Chiaramonte. Il capo di questa famiglia era Manfredi, conte di Modica e governatore di Palermo, il quale, contrariato dall’ambiguo comportamento dei benedettini, ebbe una reazione dura e violenta. Dopo aver cacciato i monaci, fece saccheggiare la fortezza provocando non pochi danni alle strutture e agli ambienti. Nondimeno i religiosi, poco tempo dopo, vi ritornarono eseguendo parziali riparazioni e continuarono ad abitarlo fino agli inizi del 1600. Poi decisero di privarsene e lo abbandonarono definitivamente.

Ne approfittarono, secondo Gaspare Palermo, “i monrealesi che lo spogliarono di quanto vi era di bello e di buono”. Trascorsi quasi quattro secoli di oblio, nel 1898 il Castellaccio fu oggetto di un provvidenziale restauro, su progetto del direttore dell’ufficio regionale per la conservazione dei monumenti in Sicilia architetto Giuseppe Patricolo (1833-1905). Probabilmente per la scarsità dei fondi assegnati, furono eseguiti solo lavori ritenuti essenziali trascurando altri, sia pure importanti, interventi manutentivi e di conservazione. Una “scelta” obbligata che ha impedito, comunque, di restituire al Castellaccio la sua originaria forma e bellezza. Sebbene siano passati circa 120 anni da quel restauro, non sembra proprio che ci sia in programma per l’immediato futuro l’effettuazione di qualche intervento di consolidamento o di messa in sicurezza. Il Castello vive, dunque, una lenta agonia mitigata dalla saltuaria presenza di un vivace nucleo di operatori del Club Alpino Siciliano che fanno quel che possono. Spiace apprendere che, pur in presenza di quel bene storico-culturale ancora ben visibile da Palermo) e dell’ambiente circostante, non si riescano a pianificare organiche iniziative di valorizzazione turistica e naturalistica. Quel sito, tanto apprezzato dagli appassionati della montagna, merita qualcosa di più.

La rinascita del Castellaccio e dintorni è possibile. Se i silenti o disattenti amministratori locali e regionali sono d’accordo, battano un colpo e siano fattivamente conseguenziali.

 

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