Eureka Evolution

Baradàn il porcellino tutto matto

Mangiava le uova dal pollaio, per la disperazione di nonno Totò

Mio padre Gianni (detto Titì) amava infinitamente tutti gli animali del nostro meraviglioso creato. Dopo avere adottato Angelino, un caprone impenitente e laborioso, decise di adottare un porcellino tutto matto (Vi racconterò anche la favola del caprone Angelino).

Lo chiamò Baradàn senza fare una dedica a personaggi umani o animali esistenti nella sua straordinaria epoca storica di riferimento. Baradàn era un lattonzolo meraviglioso, figlio di una grande scrofa dell’universo suino. La mamma di Baradàn era considerata una star Woman Sow nella categoria delle mamme troiane dell’universo Scrofe. Mio padre era perdutamente ed infinitamente innamorato del suo porcellino e lo accudiva per l’intera giornata come un figlio unico.
Ero molto geloso di quel porcellino simpatico e vezzeggiato superlativamente, ma in fondo e tutto sommato, amavo Baradàn. Mia madre Angelina era la sola in famiglia a mantenersi neutrale; ci considerava tutti matti. Mia sorella Vanna Cachi era in profonda sintonia con mio padre (aveva il senso della proprietà fin da bambina) e si prodigava ad accarezzare il piccolo porcellino, malgrado le sue paure ataviche verso tutti gli animali del pianeta terra. Mio nonno Totò se la spassava alla grande osservando le nostre gestualità quotidiane amorose verso il lattonzolo di scrofa e di tanto in tanto esclamava: “Per ogni porco, arriverà il suo carnevale”.

Ho odiato mio nonno per queste sue esclamazioni e ripetevo sempre dopo la sua solita strofa: “I maialini sono innocenti e tu, vecchio bersagliere, non capisci niente”. Baradàn diventò un maiale adulto al di là delle finte coccole di mia sorella e delle malaugurate previsioni di mio nonno sul suo fine vita. Mio padre non cessò una frazione di secondo della sua giornata dal vezzeggiare Baradàn. Io ero, sotto banco, pazzo di quel maialino che avevo visto crescere sotto il mio attento sguardo ed amavo disinteressatamente. Baradàn era cresciuto fortemente a dismisura fisica e gongolava per lungo e largo nella nostra campagna. La sua fissa dimora era nel pollaio di mia nonna Giovanna, in compagnia di 30 galline e del mitico gallo Nino. Mio padre, ad onore del vero, aveva collocato nel pollaio di mia nonna, un abbeveratoio ed un comodo giaciglio per Baradàn. Ogni sacrosanta giornata, mio padre provvedeva ad ingozzare con cibi sempre vari il fedele maialino. Mia nonna riempiva sempre il suo abbeveratoio con acqua fresca e lo accarezzava con tenerezza. Succedeva spesso e volentieri che Baradàn rubava le uova fresche delle gallinelle e le divorava con una voracità sorprendente. Nonno Totò, attento ragioniere delle uova in ingresso presso casa Caputo, notò la carenza di 20 uova quotidiane nel suo registro Entrate e Uscite familiari.
Indagò da autentico ispettore di polizia e colse Baradàn in conclamata flagranza. Povero Baradàn! Quanti calci e bastonate! Richiamato dalle grida del maialino, mio padre si precipitò nel pollaio di mia nonna e si scaraventò come una furia contro il padre-padrone. Baradàn grugniva disperato e piangeva disperatamente a causa delle solenni bastonate di mio nonno. L’intervento di mio padre fu risolutivo nella querelle con mio nonno ed il tenero maialino, placata la tempesta, ritornò a sorridere e sguazzare sfrenatamente, immergendosi interamente nel suo amato abbeveratoio. Le gallinelle tifavano tutte per Baradàn, ad eccezione del perfido gallo Nino che continuava a beccarlo sul naso. Mio padre, incazzato nero, afferrò il gallo per la gola e gli stirò il collo. Malgrado il cattivo umore di mio nonno e le sue perdite patrimoniali, nei giorni che seguirono, mia nonna Giovanna cucinò alla brace l’ex gallo Nino con un intingolo di salsa e patate.

Da quel benedetto giorno, mio nonno non contabilizzò più la perdita delle uova in uscita sul bilancio familiare. Continuava a ripetere, provocando mio padre, “Per ogni porco arriverà il suo carnevale”. Alla faccia di mio nonno, buonanima, quel carnevale non arrivò mai in casa Caputo. Baradàn splendido maialino rosa visse con noi fino al compimento del suo decimo anno di età fisiologica e ci lasciò tutti sconfortati e tristi nel primo giorno di primavera del 1969. Mi ricordo quel maledetto giorno di primavera, ho pianto per un’intera settimana. Avevo venti anni e predicavo la rivoluzione presso la mia mitica facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo. Nella giornata del 24 marzo 1969 mio padre mi pregò di accompagnarlo nella nostra tenuta di campagna per accudire gli animali che ospitavamo; 500 polli, 4 molossi napoletani, 20 galline e Baradàn il nostro porcellino tutto matto. Ci avviammo in contrada Ponte Parco alle 7 del mattino ed arrivammo puntuali all’appuntamento con la nostra fattoria di animali.

Dopo le routinarie carezze ai quattro molossi napoletani, mio padre si avviò di corsa a salutare Baradàn ospite del pollaio di famiglia. Al suo ritorno, mio padre era stravolto e piangeva. Chiesi al mio tenerissimo papà la causa della sua tristezza e commozione; mio padre, con la voce rotta dal pianto, mi rispose: “Figlio mio, questa è una giornata maledetta. Baradàn sta malissimo, non mi ha riconosciuto e non riesce a sollevarsi dal suo giaciglio; smuoviti, ritorna a Monreale e porta un veterinario. Mi precipitai a grande velocità con la mia Lancia Beta e feci ritorno nel giro di un’ora, in compagnia del mio amico Giovanni La Face, veterinario illustre ed accreditato. Giovanni visitò subito Baradàn e lo imbottì di tonificanti e sedativi. Nell’arco di un’ora, Baradàn si rialzò dal suo giaciglio e cominciò a grugnire fuori da tutte le regole comportamentali di un maialino tutto matto; era l’ultimo grugnito, come il canto del cigno, prima di morire. Stramazzò al suolo, rivolgendo il suo sguardo disperato verso mio padre. Lo seppellimmo, scavando una grossa buca presso un maestoso albero di noci. Giovanni, il mio amico veterinario, restò letteralmente frastornato ed esclamò: “Non ho mai incontrato nella mia vita, gente matta come voi due! Duecento chili di carne suina, sprecata e seppellita sotto un albero”.

Mio padre, in preda al pianto sussurrò al veterinario: “Non la prendo a bastonate perché è un amico di mio figlio, ma la prego di togliersi dagli attributi prima che ci ripenso”. Ogni anno in primavera, mio padre portava sempre dei garofani rossi sul luogo di sepoltura di Baradàn.

 

 

DAL LIBRO PARAMUTIA 2017 BY SALVINO CAPUTO _(c) Copyright e Tutti i diritti riservati ISBN E SIAE