Giuseppe Romanotto - Orizzontale 2019

La favola di Giovanni Madonia

Storia dei “Piruneddi” e della Charcuterie

Giovanni Madonia è stato il titolare del più raffinato bureau di generi alimentari monrealesi. Conosciuto a Monreale e notoriamente a Palermo con il mitico logo “Charcuterie”, Giovanni è stato il più grande competente monrealese di prosciutti, salumi, carni, formaggi e tutte le delicatezze legate al palato umano.

Giovanni è stato coadiuvato sempre dal fratello Totuccio, cointestatario con Giovanni di Charcuterie. Fin dalla tenerissima età (dieci anni), Giovanni è stato sempre dietro il banco ad affettare prosciutto, mortadella, formaggi etc. Giovanni Madonia, Totuccio e Michele sono conosciuti con il loro nickname “Piruneddi” coniato da mio nonno Antonino Lo Coco per il cognato Cristoforo Madonia, ex garibaldino e commerciante monrealese. Cristoforo Madonia era il nonno di Giovanni e padre di Angelo Madonia dipendente delle Ferrovie dello Stato e fratello di mia nonna Angela. Con mio cugino Giovanni ci vediamo almeno due volte al mese: malgrado i suoi 79 anni (ci separano solo dieci anni) ancora resiste alla grande! E’ dinamico, iperattivo e cucina alla grande; vive a Ponte Parco in contrada “Suarelli” in una splendida ed attrezzatissima casa, circondata da un giardino meraviglioso e zeppo di margherite! Giovanni prepara splendidamente lo sfincione e vive con la sua dolce mogliettina Ninni Messina che non lo perde mai di vista. Nel 1959 mio zio Angelino e la moglie Rosalia Miceli si trasferirono da via Roma 28, prima sede commerciale del loro esercizio, in via Roma alta presso l’ex barberia Cannino, adiacente all’ex Ospedale Santa Caterina, biblioteca e Casa di Cultura. Dopo questa fase di rodaggio, i fratelli Piruneddi, dopo un lungo peregrinare si stanziarono in via Roma 38, sede della mitica “Chearcuterie” e dopo anni prestigiosi di esercizio ed attività commerciale, chiusero la loro prestigiosa attività, trasferendosi nella circonvallazione di Monreale.

Ad onore del vero, Giovanni non si stancò mai di esercitare la sua professione di esperto delle delicatezze legate al palato. Ricordo lucidamente che fino a pochi anni or sono, me lo ritrovai in divisa professionale, presso un noto pub di via Benedetto D’Acquisto. Quando Giovanni viene a trovarmi a casa, mi elenca sempre i suoi clienti prestigiosi di Palermo (Avvocati, Magistrati, Sovrintendenti di prestigiosi Teatri Italiani, Giornalisti e Scrittori). Mi dice sempre con il cuore in mano: “Adesso l’unico Scrittore che conosco e leggo sei solo tu, che gentilmente mi omaggi tutti i tuoi libri”. Parliamo sempre di Cristoforo, nonno di Giovanni e mio bisnonno, ricordando le sue straordinarie capacità di calcolo matematico malgrado non avesse mai frequentato una scuola pubblica; amiamo sfottere il vecchio patriarca per le sue estreme capacità d’ingozzarsi come un porcellino. Cristoforo, racconta teneramente Giovanni, era capace d’ingozzare un cestone di fichidindia e susine, un chilo di pane stantio, condendolo con olio e pomodoro salato. La nonna Maricchia, moglie di Cristoforo, lo accudiva straordinariamente e beveva almeno trenta caffè quotidiani, perché dopo la messa mattutina visitava tutte le nipoti. Me la ricordo perfettamente la mia bisnonna Maria! Che donna semplice e squisita, umile e senza grilli per la testa. Mi ricordo che nel 1966, avevo sedici anni, mio zio Paolino Messina invitò i fratelli Madonia a trascorrere una mattinata allegra presso una tenuta in contrada giacalone, adiacente la tenuta del cavaliere Mirto. Mio zio Paolino, in quel periodo storico, si occupava di formaggi e prodotti caseari accudendo un esercito di pecore e sparute caprette. Mio cugino Cristoforo, alias Totuccio, venne a prelevarmi a casa ed entusiasta mi comunicò l’invito dello zio Paolo. Grazie all’autorizzazione di mia madre, marinai la scuola e m’imbarcai con mio cugino Totò a bordo di un’autovettura fiat seicento usata e maledettamente lenta. Prelevammo Giovanni e ci avviammo felici all’appuntamento con zio Paolino. Dovevamo arrivare puntuali e senza ritardi! Totò, mentre guidava, ripeteva ad alta voce < Gesù aiutaci tu, perché se arriveremo in ritardo saranno cazzi amari>. Giovanni era rilassato come un pacioccone ed ammoniva il fratello a pigiare l’acceleratore.

Arrivammo puntuali alle 7,15 presso le montagne rocciose della tenuta Valle Torta; posteggiammo e ci arrampicammo in un sentiero tortuoso e pieno d’insidie. Giovanni se la rideva sotto i baffi, sfottendo il fratello più anziano per la cattiva andatura nell’arrampicata. Io, ragazzo instancabile, ero placido e tranquillo e procedevo come la fanfara dei bersaglieri. Finalmente calpestammo la soglia dello storico incontro a Teano con lo zione. Di quel sicuro il fulmine stava dietro il baleno! Paolino ci abbracciò e baciò soltanto me; ci invitò a seguirlo nell’antro della dimora, dove preparava i suoi prodotti caseari. Ci mostrò il suo pentolone e tutti gli attrezzi usati per la realizzazione dei suoi prodotti raffinati. Rivolgendosi a Giovanni esclamò: “Mettiti al mio fianco e mescola fino a quando te lo dirò io”. Rivolgendosi a Totò disse: “Porta Salvino in giro ed intrattenetevi con le mie caprette”. Ci avviammo per il breve percorso dietro la roccia ed incontrammo 15 meravigliose caprette. Totò, impazzito alla vista delle tenerissime caprette, esclamò: “Oggi ti farò bere genuino latte super, direttamente dalle mammelle di queste deliziose caprette; dovrai soltanto succhiare il latte genuino a bocca spalancata”. Non avrei mai potuto disobbedire e m’ingozzai di un litro di latte di capra. Al rientro nella grotta di zio Paolino, era già pronta la ricotta. Altra solenne abbuffata! Dopo la ricotta, lo zione pronunciò la frase storica “Dopo latte e ricotta, vino sotto botta”. Alle 10,30 mi tremavano le gambe e mi chiedevo: “Faremo ritorno a Monreale?”. Totò ebbe una crisi d’invasamento alcolico e sproloquiava. Giovanni rideva come un mattacchione e continuava a bere vino. All’improvviso il segno del comando: “Ora si arrostisce la salsiccia, si beve un’altra modesta quantità di vino e poi farete ritorno a Monreale, facendo attenzione alle curve”. Arrivammo nella nostra cittadina normanna, buoni per la pressa. Per grazia ricevuta, il buon Dio ci aiutò a ritornare integri e salvi. Totò recitava padre nostro ed ave Maria e starnutiva: Giovanni rideva come un forsennato e cantava l’Aida; io ero sprofondato in un letargo catartico e mi risvegliai alle 21 per gli schiaffoni di mio padre, incazzato nero. In ogni caso, tutto è puro per chi è puro; chapeau ad Alessandro Manzoni. Nei giorni che seguirono, incontrando Giovanni e Totò ci siamo sbellicati dalle risate, pensando al gusto estremo di quella giornata meravigliosa trascorsa con lo zio Paolino. Lo zione ci aveva dato una solenne lezione di vita, emulando il mitico Quinto Orazio Flacco, laddove recitava: “Est Modus in Rebus! ovvero, ci vuole sempre una giusta misura nei nostri comportamenti, esistono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto”.

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