Ciò che inferno non è

Ciò che inferno non e

Di Alessandro D’Avenia

Credo che Palermo non abbia mai tributato il giusto riconoscimento di merito e la giusta gratitudine a padre Pino Puglisi, ucciso dalla mafia a Brancaccio il 15 settembre del 1993, giorno del suo 56° compleanno.

La manifestazione del 23 maggio, dedicata doverosamente ogni anno a Falcone e Borsellino, vede (per fortuna!) la partecipazione massiccia della città e di tanti studenti da tutta Italia e, da qualche anno, anche dal resto del mondo: sono diventati un simbolo e il simbolo aggrega.

Ancora oggi la loro foto che li ritrae confidenti e sorridenti è uno sprone per tutti noi per compiere il nostro dovere quotidiano “costi quello che costi”. La morte di padre Puglisi è vissuta dalla città in tono minore e ciò fa comprendere tante cose, a partire dalla scarsa considerazione in cui la nostra società tiene i bambini e i ragazzi per i quali padre Puglisi è morto.

Morire per far giocare liberamente i bambini, per dare loro una scuola e degli spazi di libertà sembra meno importante che morire per arrestare mafiosi. La sottovalutazione dell’importanza dell’infanzia e dell’adolescenza tipica della nostra società è rivelata anche dallo stato di degrado della maggior parte delle nostre scuole, dalla mancanza di spazi adibiti al gioco, di giardini e di parchi per muoversi liberamente, senza essere soffocati dai gas di scarico, dalla privatizzazione dello sport che diventa sempre più merce di lusso con finalità agonistiche e (perché no?) anche dal divario del livello d’istruzione del primo ciclo fra le scuole dell’isola e quelle del resto d’Italia testimoniato, ad esempio, dalle prove INVALSI.

Un’altra qualità ci connota: la nostra capacità di demarcare e perimetrare il territorio, di erigere muri invalicabili fra noi, ossia casa nostra, le nostre frequentazioni, i luoghi che sentiamo nostri e il resto del mondo. Per cui Brancaccio, oltre la linea ferrata, ancora oggi, non è Palermo. Anzi, proprio non esiste!

La storia è semplice: Federico ha 17 anni, è alunno di padre Puglisi che gli insegna religione al Vittorio Emanuele ed essendo di famiglia piuttosto agiata, ha in programma di partire per l’Inghilterra per due mesi, per un corso di Inglese qualificato e già pagato dalla famiglia. Ma non per caso viene invitato da padre Puglisi a dare una mano nel quartiere di Brancaccio, per intrattenere i bambini di strada.

Egli accetta l’invito e, ovviamente, la sua vita cambia definitivamente. Torna a casa con il labbro spaccato e senza la sua bicicletta, perché viene aggredito dal branco che vede in lui, estraneo e “complice del parrino”, un testimone scomodo e un antagonista che può distrarre i bambini dal loro dovere di rubare e portare al capo la refurtiva e, soprattutto, di assimilare indelebilmente le regole mafiose.

Ma il bello di questo libro non è ciò che ci aspettiamo, ossia lo strazio e il dolore per un’infanzia per la quale lo stato non è che un participio passato, ma la scoperta a Brancaccio di tante persone degne, come Lucia e la sua famiglia che dedicano la loro vita a intrattenere, divertire e far studiare i bambini: “ciò che inferno non è” è proprio la presenza di persone che continuano a sperare ad onta dell’evidenza, a lavorare semplicemente e intelligentemente, senza sentirsi eroi. Il bello è anche nella narrazione dei bambini e delle loro storie.

Belli sono i sogni e i progetti, come quello di Totò che farà il direttore d’orchestra. Ecco: la mafia si combatte innanzitutto restituendo il sogno ai bambini. La società che non sogna è già morta, ma se non sognano neppure i bambini, è l’inferno. Ma il sorriso di padre Puglisi è condiviso da tante persone meravigliose con cui la lettura di questo libro ci invoglia a collaborare. La prosa è splendida. Una spina nella coscienza e un motivo di orgoglio, perché padre Puglisi è palermitano.

Rosa La Rosa

Ciò che inferno non è
di Alessandro D’Avenia

Editore: Mondadori

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