E disse

E disse - di Erri De Luca - Copertina

Di Erri De Luca

Torniamo volentieri a parlare di Erri De Luca, perché il suo stile è un rifugio di bellezza, un antidoto al brutto del linguaggio che ascoltiamo quotidianamente e i suoi contenuti sono quelli dell’umanità, che ci distinguono dagli oggetti, dell’inquietudine, del perdono, della riflessione sull’essere uomini.

“E disse” è dedicato a Mosè e alle sue tavole. Come sentirsi antropologicamente estranei a una tale tematica? Che si sia religiosi, o no, i 10 comandamenti hanno condizionato la nostra vita, perché hanno plasmato il modo di pensare delle civiltà del Mediterraneo e, di conseguenza, l’etica, la morale, le leggi, i costumi: la nostra vita. Un ripensamento sui fondamenti. Non è operazione da poco.

Grandiosa l’irruzione della conoscenza nella storia umana. Conoscenza che in altra sede ci è stata presentata come causa del castigo: il lavoro e la fatica dell’uomo e il dolore del parto come punizione, castigo per aver raccolto il frutto della conoscenza. Una religione che esalta l’ignoranza ci lasciava perplessi anche da bambini. De Luca rimette a posto le cose, affermando che è un torto, caso mai, l’ignoranza e cita le fonti: “E fece Iod Elohim per Adàm e per la sua donna tuniche di pelle e li coprì: il gesto più affettuoso e premuroso, principio di corredo”.

Se il lavoro, la fatica umana fossero la conseguenza di una colpa, ciò svilirebbe il valore nobilissimo del lavoro e, indirettamente, quello della Scienza e della tecnologia.

Esse sono finalizzate a migliorare la nostra condizione, a migliorare il nostro rapporto col mondo. Il dolore del parto non è sancito come sentenza penale della divinità contro la donna e la Terra promessa nella Scrittura è “Terra che ha mestruo di latte e di miele”. La Terra promessa è addirittura paragonata al grembo femminile. Come si è arrivati alla considerazione attuale della donna da parte di tutte le religioni monoteiste?

Illuminante anche l’interpretazione del secondo comandamento. La Scrittura, a riguardo, dice: “Non solleverai il nome di Iod, tuo Elohim, per falsità” Tutt’altra cosa da “Non nominare invano”. Chi stabilisce quando è “invano”? Davanti alla perdita di un affetto, o di un amore, o per colmo di felicità e di entusiasmo, è invano? De Luca riferisce che sul Sinai fu scritto: “Non assolverà Iod chi solleverà il suo nome per falsità” e fa notare che la formula “Non assolverà” non viene usata neppure per l’omicidio.

La blasfemia, dunque, non è nominare invano, ma usare la divinità per contrabbandare principi falsi. Ci vengono in mente tutte le guerre di religione, tutte le stragi compiute in nome della divinità, le guerre sante, l’Inquisizione, le Crociate. Severa è la presa di posizione nei confronti della condanna a morte, in rispetto del “non uccidere”.

Meraviglioso è il commiato al lettore dedicato da De Luca al peso e al senso che ha avuto l’Ebraismo nella sua vita e il paragone fra Ebrei e Meridionali nel ‘900: noi ci staccavamo da una patria amara, loro andavano da un esilio all’altro. Si andava insieme ai quattro angoli del vento. Un modo autorevole di ripensare non la religione, ma la nostra religiosità. Anche quella di chi non ha religione.

 

E disse
di Erri De Luca

Feltrinelli
ISBN 9788807018435

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